Ueue.it vende spazi pubblicitari all’interno dei siti internet più visitati. In questo modo ueue.it  assicura ai propri clienti la maggiore visibilità.
Nel logo di ueue.it c’è un personaggio assai noto al pubblico: l’omino che spala.
Che lo si incontri sulle strade reali o su quelle virtuali del web, l’omino che spala è sempre inserito in un triangolo, che nel linguaggio del codice della strada significa “attenzione”.
Il messaggio è: “Lavori in corso”. Quando il triangolo con l’omino è collocato ai bordi di una strada, in genere nelle sue vicinanze c’è un cantiere aperto. Anche quando  lo si trova in un sito, nella pagina non c’è niente, e vuol dire  “Sito in preparazione”. 
L’omino che spala di ueue.it invece che nel classico triangolo è inserito in un tondo. Il cerchio costituito dalla “e” di ueuè. La barra orizzontale della “e”, insieme alla forma rotonda, rimanda con immediatezza ai segnali stradali di divieto.
Ma divieto di far cosa? Di lavorare. Lavorare meno vuol dire lavorare meglio: con maggiore lucidità, e con più piacere. Quindi vuol dire guadagnare di più.
Ma come  fa un’azienda a lavorare di meno? Semplice: si affida a ueue.it. Che colloca la sua pubblicità nei   posti giusti: cioè nei siti più visitati dal target di riferimento di quell’azienda.  
Il messaggio dell’omino che spala inscritto in un segnale di divieto è diretto alle aziende. Basta! Non è più necessario fare una fatica boia per raggiungere i propri clienti. Con una pubblicità collocata strategicamente, grazie a ueue.it, saranno i clienti a cercare l’azienda.
La garanzia del successo di quest’operazione sta nel fatto che ueue.it è  napoletana fino al midollo: nell’organigramma, e nella filosofia di vita. Napoletano è il fondatore di ueue.it, napoletano è il suo presidente, e rigorosamente napoletano è tutto lo staff. Lo stereotipo del napoletano che vuole lavorare poco è vero, ma gli manca un pezzo: vuole lavorare poco, ma guadagnare almeno quanto quelli che lavorano molto. E a ueue.it ci riescono; riducendo il lavoro dei propri clienti, e facendone lievitare i fatturati.
Sul piano linguistico, e potremmo addirittura dire fonologico, il fonema “ueuè” si colloca agli albori della pubblicità. In un’epoca in cui non c’era il mercato, ma c’era il mercatino; quello rionale, in cui il venditore portava la propria merce. Ed era ben deciso a non riportarsela indietro.
Il (suo) problema a questo punto era quello di farsi sentire dai clienti che gironzolavano tra i banchetti. Ebbene, i napoletani, per farsi sentire, avevano trovato un sistema molto più efficace dello “slogan”, che letteralmente significa “grido di guerra” in gaelico. Molti secoli prima degli slogan pubblicitari a Napoli per combattere e vincere le guerre commerciali, si gridava: “UEUE’!”. Per attirare l’attenzione.
 “Uè” è un richiamo. Questo monosillabo bivocalico non dice nulla: si limita ad avvertire il destinatario che si sta per dire qualcosa. Ma non lo fa in modo soft: uè (e ancor più il suo rafforzativo-ripetitivo ueuè) è un’imperiosa richiesta di attenzione. Che non consente di essere trascurata, perché rimanda allo “nguènguè” del neonato nella culla.
Col vagito, il bambino richiama su di sé, infallibilmente, l’attenzione dei genitori, e degli astanti: “nguènguè” è insomma “l’ingaggio” più antico e collaudato del genere umano. 
Quando si è trattato di scegliere, archetipicamente, il fonema che fosse in grado di garantirgli il massimo dell’ascolto, lo scaltro napoletano non poteva perciò fare scelta (inconsapevole) migliore.
Così, ancora oggi su internet come nelle strade di Napoli, “uèuè” funziona come interruzione di schema: provocando una sospensione, un’apnea, un’attesa nella quale subito dopo il venditore infila il messaggio che magnifica la propria merce.     
Ueue.it è tra l’altro, in esclusiva, la Concessionaria di pubblicità di  Nojob , la Società che promuove Napoli sul web attraverso i suoi prodotti più accattivanti: la cucina napoletana e gli indirizzi napoletani di s-mail.

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